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Una legge per non imbrigliare l'immateriale nelle regole del profitto

Aiutiamo i librai: la cultura non è (solo) marketing

Farefuturo webmagazine — 30 settembre 2009

Già noi, popolo italiano, non siamo recentemente famosi per essere grandi divoratori di libri, anzi, nelle classifiche europee dei lettori ci piazziamo sempre più giù. Poi, anche la legge ci mette del suo. O, meglio, non ci mette del suo. Così, almeno, stando ai duecento librai indipendenti di "Portici di Carta" che a Torino hanno appena finito di raccogliere firme per avere una legge sul libro. Una regola, cioè, che in qualche modo ne tuteli il commercio, fissando i prezzi, per esempio.

Quello dell’editoria è a tutti gli effetti un mercato e, come tale, deve necessariamente stare al passo con i tempi. Fare fronte all’utilizzo ormai capillare delle tecnologie digitali, confrontarsi con una rete distributiva che non prevede più solo le librerie di una volta, ma anche edicole sempre più attrezzate, cartolerie iperspecializzate e persino supermercati, armonizzare la delicata convivenza di grandi gruppi editoriali che pubblicano, distribuiscono e vendono direttamente i loro titoli e realtà di vendita drasticamente più piccole.

In questo panorama difficile, dunque, per non venire fagocitati dai colossi dell’ editoria, i librai indipendenti chiedono al Parlamento di dare anche all’Italia regole precise e di fissare limiti agli sconti. Del resto, non serve essere economisti titolati per capire che lo sconto praticato da un supermercato o da un mediastore non può essere praticato dal singolo negozio perché lo stesso prodotto è acquistato a prezzi diversi. Per non parlare dei costi delle librerie virtuali, da ibs.it, a Remainders, per le quali parlare di prezzi competitivi è addirittura riduttivo.

Già c’erano stati tentativi di salvare dall’incombente estinzione le librerie non legate alle grandi catene, ma sempre senza risultato. Non è andato a buon fine il disegno di legge n. 957 che si proponeva di fissare il prezzo dei libri e regolamentarne gli sconti, cercando di frenare la concorrenza sleale; si è risolta in un nulla di fatto quella bozza della norma che, quando occupava il dicastero della Cultura, Veltroni mostrò ai librai che fischiavano in piazza Montecitorio a Roma, nell’unica giornata di sciopero della categoria.

Ma questa dei librai non si riduce a una semplice rimostranza di una categoria di lavoratori e la questione diventa particolarmente interessante perché, accanto al problema squisitamente economico, se ne apre uno di natura culturale. Del modo di concepire la cultura e i suoi annessi e connessi, più precisamente.

Nel senso che è idealmente con i librai chiunque pensi che sarebbe bello che la cultura non fosse terreno dove impera la più selvaggia e senza scrupoli legge del marketing. E che non fosse pericolosamente suddita dell’audience, del consenso e degli incassi. E che non violentasse i suoi contenuti con fredde regole aziendali. Né cambiasse il nome del piano di studio universitario in piano di carriera, come a voler derubare la formazione dell’intelletto di quell’immaterialità che la rende così meravigliosamente alta e imbrigliarla nelle meccaniche regole del profitto.

La cultura, quella vera, ha il dovere di volare più alto di certi meccanismi ed equivalenze, a costo di scontentare le logiche del profitto economico. La sua missione è un’altra. «Cultura –denuncia Armando Torno – è tutto ciò che aiuta l’uomo a crescere spiritualmente, e quindi a capire meglio la vita e se stesso, e non è quindi cultura quel dogmatismo d’accatto che gira oggi per l’Italia». E cercando di distinguere tra cultura vera e non, lo scrittore punta il dito contro quegli «autori di best-seller che saranno presto dimenticati», ricordando, invece, «la grande cultura europea che si basa su libri che sono andati al macero e in genere su persone che sono state sconfitte dalla vita». I Principia mathematica di Newton, per esempio, che hanno venduto solo 150 copie, o Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer,finito distrutto.

Prove evidenti, e forse persino superflue, del fatto che cultura e mercato non rispondono alle stesse regole. Ed è rischioso pensarlo, perché «un uomo di cultura non deve essere un professionista della cultura, ma per essere tale, deve aver pagato un prezzo esistenziale, altrimenti non è credibile. Se leggiamo Baudelaire, capiamo che è un poeta per quello che ha vissuto e che esprime; se leggiamo molti autori oggi popolari, capiamo che sono degli impiegati che scrivono poesie la domenica pomeriggio, con tutto il rispetto per gli impiegati» afferma sempre Armando Torno. Lui che, a proposito delle richieste dei librai, si augura che un «prossimo legislatore» possa prendersi cura anche delle leggi della cultura. Anche in un paese che «da tempo sacrifica idee e tradizioni mentre invoca la bronzea legge dei conti».
Cecilia Moretti

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